Paccard, un eroe di troppo nell’epopea del Monte Bianco

Il puzzle del Bianco. Così è stata battezzata la storia della prima ascensione al Monte Bianco, l’8 agosto 1786, dal versante di Chamonix, determinata sia da interesse scientifico sia da romantica passione. La conquista della cima più alta delle Alpi con i suoi 4810 metri segnò l’invenzione e l’inizio dell’alpinismo: fra il 1786 e il 1869, si contano più di cinquecento ripetizioni di quella salita, con uno straordinario impulso alla conoscenza scientifica della montagna (portando in vetta i barometri), al mestiere di guida, inizialmente considerato un’attività servile, alla competizione sportiva e al turismo montanaro. Ma l’ascensione fu anche la messa in scena di una intricata trama, di una romanzesca vicenda. Si potrebbe persino parlare di un giallo. Che mostra come fin dall’inizio l’alpinismo sia stato esposto alle polemiche, alle rivalità, alle invidie, ai travisamenti.

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Tutto comincia quando nel 1760 arriva a Chamonix un noto scienziato ginevrino, Horace Bénédict de Saussure, di una dinastia di uomini di scienza e di lettere, viaggiatore e scrittore (sono suoi i celebri Voyages dans les Alpes). Ospite nella casa del notaio, ha un’idea fissa: arrivare in cima al Monte Bianco. Promette una ricompensa a chi troverà la via di salita. La passione per la grande vetta è condivisa dal figlio del notaio, Michel Gabriel Paccard, laureatosi in medicina a Torino, primo medico di Chamonix (dove in seguito sarà anche giudice e sindaco), un giovane alto e atletico, espressione di meticciato culturale perché conosce l’ambiente valligiano ma ha anche lo spirito del cittadino. Bisogna considerare che all’epoca l’alta montagna era il regno dei fantasmi, il luogo delle streghe, e salirla era una rivendicazione scientifica. Il Monte Bianco fu a lungo chiamato Mont Maudit.

De Saussure ci prova più volte, senza successo; l’ultima nel 1785, con un giornalista di dubbia fama, Marc-Théodore Bourritt, peraltro alpinista poco affidabile. Nonostante il supporto di guide e portatori, la spedizione si blocca all’Aiguille du Goûter, però la strada è quella giusta, come Paccard, autore di diversi tentativi discreti, scrive a De Saussure. L’estate successiva il medico ingaggia un forte valligiano, Jacques Balmat, contadino che insegue la fortuna come cercatore di cristalli, attività all’epoca piuttosto remunerativa, e dunque conoscitore alla perfezione delle montagne di quella zona. Aveva fatto parlare di sé per un bivacco sul ghiacciaio del Grand Plateau, in piena notte. E sono loro due da soli, Paccard e Balmat, a realizzare l’impresa che dà il via alla storia dell’alpinismo. Sono armati di lunghi bastoni da mettere di traverso ai crepacci per superarli. Rischiano comunque di caderci dentro. Partiti a mezzanotte, rientrano per mezzanotte: avevano birra e fegato da vendere! Ma l’anno dopo Balmat viene ingaggiato da De Saussure: fa una salita di ricognizione con due guide amiche, quindi il 3 agosto 1787, con uno stuolo di guide e portatori, porta finalmente in cima lo scienziato ginevrino.

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Così andarono le cose, ma non così furono raccontate. Infatti la ricostruzione dell’exploit venne fatta su un castello di falsificazioni e calunnie, per fare di Balmat un eroe e per svilire il ruolo di Paccard, che invece era stato la mente della prima ascensione e il vero leader. Perché mai? Con quali intenti? «Il punto chiave è la gelosia di De Saussure nei confronti di Paccard. Per cui il primo si applica sistematicamente a ignorare il secondo» spiega il torinese Pietro Crivellaro, accademico del Cai per meriti alpinistici, storico dell’alpinismo, che ha raccolto gli esiti di vent’anni di ricerche nel saggio De Saussure contro Paccard, pubblicato in appendice a una antologia dei Voyages dans les Alpes (Vivalda Editori). «Quella di De Saussure è la gelosia del barone famoso in Europa, che ha il monopolio delle conoscenze scientifiche per salire in vetta, ma si vede scavalcato da questo pischello, che oltre alle competenze scientifiche possedeva quelle ambientali e il vigore atletico. Si tenga conto che De Saussure sale appoggiandosi come mancorrenti a due bastoni retti da una coppia di guide per parte. È legato dalla corda come un prigioniero. Una cosa che il dottore se lo mangia in insalata. Invece succede che Balmat cerchi di ridimensionare Paccard, per paura di non prendere il famoso premio promesso da De Saussure: per cui si autopromuove eroe della scalata, altera i fatti, non dice che dal Grand Plateau era stato Paccard a fare la traccia nella neve alta, né dice che Paccard era arrivato in cima ben prima di lui».

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Tutta la vicenda, con il fitto dossier di documenti che la riguardano, come il taccuino di Paccard scovato da un alpinista inglese nel 1898, ripresi e illustrati nel saggio di Crivellaro, dimostra una cosa: che Paccard merita il titolo di primo alpinista al mondo. Se i suoi meriti vennero sottovalutati, lo si deve anche al clima dell’epoca, al potere mediatico dei suoi rivali. Victor Hugo dedica a Balmat, nel 1825, l’ode Balma, e Alexandre Dumas, giovane giornalista e futuro romanziere, nel 1832 lo intervista sulla conquista del Bianco e ne diffonde le spacconate. Paccard fa solo un errore: nel barometro che porta in vetta si forma una bolla che gli manda a carte quarantotto le misurazioni. Questa è la ragione per cui sceglie il silenzio: non replica alle menzogne. «Mentre De Saussure fa di tutto – dice Crivellaro – per cancellare il primato effettivo del dottore, perché vuole essere lui solo il padrone culturale del Bianco».

La cosa è così vera che nella piazza principale di Chamonix si può ammirare il monumento che ricorda la conquista del massiccio: sullo sfondo delle montagne si profila la figura di De Saussure accanto a Balmat, che con il braccio teso indica all’altro la via fra i ghiacci. Il monumento venne inaugurato nel 1887, in occasione del centenario dell’ascensione di De Saussure. E Paccard? La vera anima dell’impresa resta ignorata. Soltanto nel 1986, 99 anni dopo, si erge sulla stessa piazza un monumento anche per lui.

 

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